Elezioni travagliate in Indonesia

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Si sono concluse ieri le operazioni di spoglio in Indonesia, dove il 5 luglio scorso la popolazione ha votato per scegliere il nuovo presidente. Nulla di fatto in sostanza, perché il 20 settembre gli elettori torneranno alle urne per il ballottaggio: a fronteggiarsi saranno la presidente uscente Megawati Sukarnoputri (che ha ottenuto il 26,6% dei consensi) e Susilo Bambang Yudhoyono, ministro della sicurezza nel governo Megawati ed ex ministro dell’interno ai tempi di Suharto. Yudhoyono ha ottenuto la maggioranza relativa (35,5% dei voti), ma non ha sfondato la soglia del 50% necessaria a ottenere l’incarico al primo turno.

E proprio ieri (26 luglio), al termine della lunga attesa per conoscere il responso delle urne, si è temuta una nuova strage nel paese: le agenzie di maduras stampa hanno battuto la notizia di una potente esplosione avvenuta nella sede della commissione elettorale centrale quando le operazioni di spoglio stavano per concludersi. Nel corso della pausa per la preghiera, riferisce la polizia locale, sarebbe stata sistemata una bomba in una toilette femminile. L’edificio è stato sgomberato, anche grazie a una telefonata anonima, e fortunatamente non ci sono stati morti né feriti.

Anche nel corso della consultazione elettorale dello scorso 5 aprile (quando si votò per formare il parlamento) c’era stato un attacco terroristico, nel quale persero la vita 12 persone.

Le procedure di spoglio si sono dilungate anche perché, per assicurarsi che gli elettori votassero una sola volta per uno, il voto veniva espresso intingendo un dito nell’inchiostro e segnando così la casella corrispondente: moltissime schede erano state inizialmente considerate non valide perchè, essendo piegate in due, la pressione aveva riportato un secondo segno di preferenza in un’altra casella.

Un elettore intinge il dito nell’inchiostro prima di esprimere il proprio voto ( Foto: www.undp.or.id )

Il generale Wiranto, che era dato da molti come possibile successore della Megawati perché si presentava con il partito Golkar, ha accusato la commissione elettorale di brogli elettorali. Probabilmente se non si fosse tenuto conto delle schede incise con l’unghia Wiranto avrebbe potuto competere con la presidente uscente.

La lotta tra la moderata Megawati e l’ex generale Yudhoyono si annuncia aspra, soprattutto perché è molto probabile che ognuno dei due candidati si schiererà anche con partiti minori, promettendo in cambio seggi in parlamento. Secondo un sondaggio diffuso oggi dall’Istituto di statistica di Jakarta (indipendente), il 68% degli intervistati ha detto che voterebbe per l’ex generale, contro il 23% che confermerebbe l’incarico all’attuale presidente.

Tutti i candidati hanno il sostegno di almeno un’associazione o un’organizzazione islamica: le varie sigle che si rifanno alla fede musulmana cercano da tempo di fare il salto di qualità che permetterebbe loro di entrare nella rosa dei partiti politici e quindi di ottenere il potere.

La presidente uscente è data per vincente qualora riesca a ottenere i voti del Golkar, il partito che rappresentava il potere del deposto regime del generale Suharto, e che alle elezioni di tre settimane fa era rappresentato dall’ex generale Wiranto, “epigono” del dittatore caduto nel 1998.

Il Golkar si era ripresentato alle elezioni parlamentari dello scorso aprile nonostante le sue radici siano legate a corruzione e metodi autoritari, cambiando il proprio volto con la promessa di investire in sanità e istruzione. La ricomparsa di figure provenienti dalle file dell’esercito rischia però di vanificare i progressi che negli ultimi anni si sono registrati nel paese, poiché i candidati si rifanno ai metodi coercitivi della vecchia dittatura.

Molti paesi ripongono fiducia nella transizione alla democrazia del grande paese asiatico. Soprattutto i partners commerciali e gli analisti, che hanno seguito col fiato sospeso le ultime elezioni. A preoccuparli è il ritorno di un regime dittatoriale: il rischio non è poi così basso, perché in Indonesia non si è ancora imposto un grande partito di massa capace di contrastare le lotte interne.

Le votazioni dello scorso 5 luglio restano un passaggio importante nella storia del grande stato asiatico (il più popoloso del mondo a maggioranza islamica), un turning point dallo stato autoritario alla democrazia. Ne sono convinti gli stessi Indonesiani che riconoscono nel voto un potere collettivo.

Certamente lo stato asiatico non potrà competere con le cifre dell’India, in assoluto la più grande democrazia al mondo, ma ha tutti i numeri per essere una delle più popolose: i 150 milioni di elettori sono sparsi su 14.000 isole distinte da tre fusi orari.

Proprio la vastità del paese, la frammentazione del suo territorio e le numerose etnie sparse nelle isole rischiano però di compromettere il processo democratico, perché non mancano le rivendicazioni identitarie. Nella provincia autonoma di Aceh (la regione settentrionale dell’isola di Sumatra) è in corso dal 1976 un conflitto tra i ribelli del GAM (Movimento Aceh Libero) e l’esercito indonesiano. La questione è taciuta dal governo centrale, e allo stesso modo gli osservatori internazionali sono costretti a mantenere il silenzio, poiché non è ammesso l’accesso agli stranieri. Le cifre non sono certe, ma i morti oscillerebbero tra i 12 e i 50mila.

Ornella Sinigaglia